Maurizio Ferruccio Franco: “Cronache dal fondale. Fare Anima e Psichiatria in un Servizio Pubblico” di Moretti & Vitali

“Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti,
non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore.
A loro non si è rivelata la bellezza della vita”,
Boris Pasternak, Dottor Zivago

 

“Fare anima “ è un’espressione del poeta romantico J. Keats e poi ripresa da J. Hillmann. Significa vivere in rapporto con la propria interiorità, conoscerne il paesaggio.

Fare anima nel lavoro psichiatrico, significa mettersi a confronto con l’interiorità altrui, con l’altrui paesaggio.

Uno psichiatra più di qualsiasi altro medico ha da essere ben consapevole di sé lavorando con un unico strumento: se stesso.

E ciò a dispetto di molta tecnica ora a disposizione. Manuali diagnostici, linee guida, rating scales, mettono a distanza l’interlocutore, per vederlo meglio, certo, per oggettivarlo si dice.

Il rischio però è proprio quello di ridurre l’altro ad oggetto. La medicina si è disumanizzata, almeno così viene avvertita dalla gente. Molta tecnica ha raffreddato i cuori e le menti. La psichiatria ha conosciuto momenti di grande entusiasmo e di impegno sociale.

Molto di questo entusiasmo è rifluito in altri campi di interesse, (le neuroscienze ad esempio), e le idealità di un tempo sembrano essersi inaridite. Abbiamo imparato a dare moltissime risposte ma ci siamo dimenticati delle domande che spesso nella loro semplicità si rivelano di una profondità abissale. Una per tutte: che senso ha la mia vita? Molte persone vengono sommerse da questa domanda e vanno a fondo. Qualcuno ci resta, qualcuno riemerge.

Il lavoro dello psichiatra potrebbe risolversi nella sua essenza nello scandagliare il fondo dove si inabissa l’anima di molte coscienze. Lo strumento di esplorazione e di recupero è la nostra stessa anima.

Un testo quello pieno di esperienza sul campo, umiltà e consapevolezza dei mutamenti della clinica dell’attuale: lo sviluppo vertiginoso della tecnologia e delle neuroscienze, il mutamento radicale dei quadri sindromi sempre più complessi, i farmaci “sempre più nuovi, sempre più risolutivi [che] non sono acqua fresca, non sono sostanze inerti […] e hanno sempre bisogno di essere veicolati da parole efficaci, da gesti concreti di comprensione […] per conquistare la fiducia e la collaborazione del paziente […] coinvolgerlo quanto più attivamente e criticamente nel proprio progetto di cura”.

“La psichiatria, per me, non è interesse per il cervello, ma piuttosto per cosa il mio cervello riesce a fare con chi mi sta di fronte e quando dico cervello intendo cuore, sentimento, pensiero, emozione, memoria, progetto desideri, insomma la totalità di me stesso”.

Ed è proprio nella clinica “borderline”, come sosteneva Correale, che il rapporto con il paziente, dovrebbe essere più simile “una passione bruciante dove non si vede più nulla […] una voglia di stare con l’Altro, come qualcosa  che ciascuno dovrebbe aver provato  almeno una volta nella vita. Io direi qualcosa di vicino alla meraviglia di sentirsi vivi vicino a un Altro e di poterne percepire la vita”.

 

Maurizio Ferruccio Franco, Cronache dal fondale. Fare Anima e Psichiatria in un Servizio Pubblico, Moretti & Vitali, 2017.