Musica e analisi.

Dorme un canto in ogni cosa
Che qua sogna senza fine,
e a cantare prende il mondo,
se la formula magica indovini.

(Joseph von Eichendorff)

Una sola nota
di un solo uccello
è meglio di
milioni di parole.
(Emily Dickinson)

Artista è solo chi sa trasformare
una soluzione in un enigma.
(Karl Kraus)

Il titolo di questo intervento è: Musica e analisi. Nelle mie intenzioni, l’accostamento non è occasionale o meramente estrinseco. Sia la musica che l’analisi si muovono su territori di confine in cui la prudenza consiglia al borghese timorato di non inoltrarsi: la musica è – come si dice – un linguaggio asemantico, non rinvia cioè ad alcun referente noto; l’analisi insegue un referente, l’inconscio, che sempre si sottrae alla presa; entrambe stimolano l’immaginazione e provocano o evocano emozioni potenti; entrambe necessitano di una ritualità (per l’analisi, il cosiddetto setting) che le isoli dal comune flusso temporale e attribuisca loro una significazione che, in mancanza di parole più specifiche, possiamo chiamare esoterica.

C’è evidentemente materia per tracciare parallelismi. Tuttavia, ciò che mi ha mosso a occuparmi di questo argomento non è soltanto curiosità intellettuale. Sia la musica sia l’analisi sono state tra le occupazioni principali della mia vita. Faccio l’analista e non vi è giorno che non ascolti musica. Si tratta di inclinazioni personali, che certamente hanno favorito la riflessione sui loro rapporti profondi. Ma non basta. L’impulso a scrivere questa relazione nasce infatti dall’incontro tra un sentimento di insoddisfazione che ha radici lontane e una occasione particolare.

L’insoddisfazione riguarda la natura e i risultati del nostro lavoro, e in particolare il suo aspetto verbale: la “cura con le parole”. Detto in breve, spesso sembra che l’attività del nostro Io (il “pensiero indirizzato” nella definizione junghiana) sia indipendente dai cambiamenti, o dall’assenza di cambiamenti, che si verificano nel corso dell’analisi. Quante volte, con ingenuo entusiasmo, ci sembra di aver detto parole significative, sciolto nodi interpretativi, per accorgerci poi che di tutto ciò nulla è rimasto nel cosiddetto paziente. Ingenuo entusiasmo, dicevo: cioè utopico affidamento alla verità, al suo valore salvifico, alla via retta (che sarebbe poi la tecnica analitica) che ad essa conduce. La delusione, inevitabile, nasce da un fraintendimento: voler applicare al regime notturno dell’inconscio (e della musica) gli strumenti adeguati al regime diurno della coscienza. Risuona in questo equivoco l’eco dell’affermazione di Freud: “Dov’era l’Es, là sarà l’Io” e, con essa, di un’intera visione del mondo ispirata a una mitologia della luce, da cui trae giustificazione la funzione apotropaica dell’analisi.

Ma la psicoanalisi, anche e soprattutto quella di ascendenza freudiana, sta cambiando, e in essa la posizione dell’Io, che sembra poter assecondare questo cambiamento soltanto dislocandosi, tirandosi indietro, travestendosi, distraendosi, dimenticandosi. Ciò che viene messo soprattutto in crisi da questa mutata prospettiva è ovviamente l’interpretazione, che è per sua natura assertiva e, per così dire, sicura di sé. Col suo offuscamento sono venuti in primo piano altri, e più ambigui, attori: la comunicazione tra gli inconsci e le evenienze della sincronicità, moderne incarnazioni della antichissima idea della Armonia Mundi.

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Musica e Analisi

 

Augusto Romano