PUER. Antinomie e iconografie postmoderne.

Premessa: questo video è un estratto, per ragioni di copyright, del cortometraggio presentato all’XI Convegno ICSAT “Puer, l’aspetto eternamente giovanile della psiche”. Il testo che segue è invece la versione integrale della introduzione testuale.

un film di successo, una trasmissione televisiva, una pubblicità, possono giocare un ruolo fondamentale nel ravvivare o indebolire gli archetipi universali”, C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, 1959 

Alla fine degli anni ’60 esplodono per la prima volta le antinomie strutturali del Puer che influenzeranno la cultura e la comunicazione di tutti gli anni a venire. “PUER Antinomie e iconografie postmoderne” è un videoclip di citazioni cinematografiche e di frammenti socio-semiotici dell’arte, della musica pop e soprattutto della pubblicità, manifestazione per antonomasia della psiche collettiva del Puer.

Il video tenta di rappresentare, in una raccolta inevitabilmente parziale, ciò che sono state le aspirazioni e le realizzazioni sociali e artistiche dell’anima collettiva che si è espressa dalla fine degli anni’60 agli inizi degli anni ’70. Un confronto tutto postmoderno dove riferimenti psicanalitici (Jung, Von Franz  e Hillman, ma anche Mahler e Klein) si intersecano con video frammenti che rappresentano le antinomie di quegli anni.

Antinomie  portatrici di una rivoluzione sociale dalla fortissima carica positiva che ha infranto vecchi schemi omologanti e conformistici per una nuova società più libera, fondata su valori più autentici e consoni alla realtà naturale dell’uomo. Antinomia: rapporto di contraddizione dove un’ affermazione convive con la sua negazione. Così è il Puer, in una perenne oscillazione tra individualità e collettività, perché il Puer è originariamente e strutturalmente antinomico, perpetrando una continua opposizione che aspira alla ricongiunzione interiore.

Col ’68 tutto ciò diventa sogno di libertà e di ritorno allo stato naturale delle cose, perché il Puer è desiderio, desiderio di ritorno all’unità quando Adamo era tutt’uno con Dio. Ma dal Paradiso Terrestre si viene prima o poi cacciati e tutti i viaggi “on the road” di quegli anni non sono altro che viaggi alla continua ricerca di sé stessi, tra principio e ritorno alla natura, nel trionfo a livello mondiale della dimensione individuale. Questo è stato lo spirito del ’68 quando, per la prima volta nella storia, esplode la questione giovanile che, mentre aspira al ritorno ad una società meno industriale e più naturale, spinge idealmente verso il sentiment, diremmo oggi, di una pacifica comunione collettiva realizzabile grazie al continuo avanzamento tecnologico, e al superamento della storica contrapposizione tra medium e messaggio, tra iconografia e iconologia.

Dal ’68 in poi, infatti,  il medium è il messaggio e viceversa, esattamente come nella pubblicità, la quale esalta il motivo del fanciullo che preme ogni volta per rappresentare l’aspetto infantile dell’anima collettiva, dove, come in Dio, ogni qualità si dà nella sua totalità: innocenza e trasgressione, fantasia e potere, uno e due. Alla 22ª edizione del Festival di Cannes, maggio 1969, vince il premio per la miglior opera prima Easy Rider, tradotto in italiano con il titolo Libertà e Paura. Il film parlava della voglia di partire e  trasgredire ed era soprattutto un viaggio iniziatico come tutti quelli del periodo. Pensiamo a On the Road di Jack Kerouac o ai Diari della Motocicletta di Ernesto (non ancora Che) Guevara; tutti racconti di individuazione di un Puer struggente nelle cui vene scorreva, in un totale caos antinomico, il flusso di emozioni ribelli come ridere e piangere, pregare e imprecare, nell’incessante impulso all’autorealizzazione. Che mirabile antinomia il ‘68, opposizione  e ricongiunzione in continuo ritorno e distacco tra Madre Natura e Padre Cultura, tra Dea Madre e Senex. Continuo ritorno, direbbe Margaret Mahler, per fare rifornimento affettivo e continuo distacco, con inevitabile rimando a Melanie Klein, sotto la perenne spinta epistemofilica alla conoscenza.

Il Flower Power, la Summer of Love, stagioni di paradossale capovolgimento e stravolgimento del Senso, non sono che questo: desiderio di ritorno alla Grande Madre. Perché il Puer non vuole mai essere cacciato dall’Eden, dove i frutti crescono sugli alberi e basta allungare la mano per raccoglierli, e dove la fatica non esiste. Da questa puerile ideologia nasce il concetto di villaggio globale, antesignano ossimoro metaforico di Marshall McLuhan.

Il villaggio globale è il trionfo paradossale della dimensione individuale che ne  vede l’apoteosi a livello mondiale: è il motivo del fanciullo che preme, individualmente e caparbiamente  per rappresentare proprio l’aspetto infantile dell’anima collettiva.

Lo capirà benissimo l’artista che del postmoderno è stato il precursore, rappresentando il desiderio e la sua reiterazione: Andy Wahrol. Warhol riprenderà e amplificherà il tratto inequivocabile del Puer “enfant terrible”: la trasgressione. Essa verrà espressa esemplarmente  nelle copertine di alcuni dischi, dalla famosa banana del primo vinile dei Velvet Underground alla sfrontata iconica linguaccia di Mick Jagger, frontman dei Rolling Stones.

La trasgressione verrà ben ripresa anche dal fotografo Oiviero Toscani. Andy Wahrol, i Rolling Stones, Oliviero Toscani incarneranno perfettamente quello spirito sessantottino che ha cambiato il rapporto collettivo con l’Ombra, invertendone la prospettiva e spostando i limiti della psiche collettiva. Un’ altra copertina, sempre del 1968, diverrà paradigmatica di tutta la cultura pop: Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Una copertina che glorifica proprio il Giardino dell’Eden, dove ritroviamo tutto l’immaginario collettivo del Novecento, Freud e Jung compresi. Questa copertina è stata una delle iconografie pop più investigate: all’ingresso di questo Giardino dell’Eden troviamo Biancaneve e l’immancabile nanetto, la sfida alla morte del pugile nero e l’inno erotico della vamp bionda Diana Dors, e ancora  Shirley Temple e Marlene Dietrich. E dietrich in tedesco significa, non a caso, grimaldello… Siamo  avvertiti! Per aprire la porta di questo tempio ci vuole il giusto grimaldello.

Al centro di tutto l’epifania bandistica e piratesca dei Fab Four; senza questi vestiti non avremmo avuto Jack Sparrow, un adorabile cialtrone, un puer perennemente indeciso, con un padre come Keith Richards e uno zio come Paul McCartney. Sgt Pepper insomma come una grande Opus, entropica e inclusiva, che annuncia, con il retro di copertina tutto rosso, la rubedo della realizzazione alchemica del Pop.

La copertina di Sgt Pepper rappresenta anche un’ introduzione paradigmatica alla  “condizione postmoderna”, dal titolo del fondamentale saggio di Lyotard, dove si mescolano e si confondono l’alto e il basso culturale, ossia  letterati e scienziati con icone dello star system. La condizione postmoderna troverà la sua apoteosi con la prevalenza nella nostra vita della televisione e della pubblicità; condizione che diverrà “liquida”  in internet e nei social network, dove alla granitica verità del Senex si contrapporranno le piccole contraddittorie verità del Puer.

Oggi la pubblicità rappresenta la manifestazione più potente dell’immaginario collettivo, utilizzando spesso figure di Puer innocenti: dalla tenera bambina di Barilla,  che con l’impermeabilino giallo raccoglie sotto la pioggia un piccolo gattino sperduto, al bimbo di Pan di Stelle stupito e incantato davanti al lato meraviglioso e magico della natura e della vita. La pubblicità amplifica con efficacia la struttura antinomica dell’archetipo, che nel Puer è più evidente che in altri, perché essa è la rappresentazione collettiva più genuina della psiche del Puer e, come il Puer, si muove tra continui paradossi, primo fra tutti la coincidenza fra emittente e ricevente del messaggio.

Il Puer che compare infatti negli spot televisivi si rivolge sempre al Puer che li guarda, in una continua promessa di eterna fanciullezza da una parte e di liberazione, autonomizzazione e indipendenza dall’altra.  La pubblicità è infatti al contempo  regressiva, in quanto parla al fanciullo che è in noi, e promessa di adultizzazione attraverso il consumo che consente il superamento del bisogno.

Le antinomie si sfumano tra lati oscuri e lati chiari della forza,  tra aspirazioni nostalgiche di rimanere eternamente fanciulli e impellente voglia di diventare grandi. Da una parte osserviamo Puer compassionevoli e onnipotenti, creativi e distruttivi, da Calimero ai piccoli superoei di oggi, e dall’altra l’ombra mitica e compensatoria del Senex, dagli esordi del Gigante Buono, sempre di Ferrero, fino al Banderas del recente Mulino Bianco.

La videoclip presentata al convegno vuole essere un piccolo compendio metaforico dell’archetipo del Puer, nelle diverse narrazioni che la letteratura, l’arte, il cinema e la pubblicità hanno strutturato, per dare, tra coscienza e incoscienza, un poco di luce all’oscuro simbolismo dell’archetipo, a partire da quell’inquietudine vitale e di eccitazione creativa che fu il ’68, nella consapevolezza, come ben ha sottolineato Jung che “anche il migliore tentativo di interpretazioni di un archetipo non è altro che una traduzione più o meno riuscita in un altro linguaggio metaforico” (Psicologia dell’archetipo del fanciullo, 1940).

Ma oggi, a distanza di cinquant’anni dagli anni ‘70, una grande questione rimane aperta: dove sono finite le salutari istanza trasgressive del Puer per la conquista del diritto di vivere una società più autentica e giusta? E’ vero che il villaggio globale si è realizzato, siamo tutti sempre connessi, ma anche,  (lo sanno bene le nostre stanze d’analisi) terribilmente più soli, senza più il supporto e il conforto di un’idea collettiva che guidi la richiesta individuale, per andare oltre l’eterno liquido presente del qui e ora e del tutto e subito.

L’entusiasmo del Puer e la sua spinta propulsiva al cambiamento sembrano soccombere alla potenza compensatoria dell’inconscio e al ritorno di antiche paure che trovano la loro amplificazione nel sacrificio delle salutari antinomie e nella eliminazione della complessità riflessiva a scapito di un pensiero unico e semplificatorio.

Il Puer del ’68 aveva un sogno, ma oggi che non si sogna più, il rischio che il Puer non abbia più la possibilità di crescere e volare alto è notevole, condannato eternamente alla mera espressione di desideri primari che nella congiuntura attuale rischiano pure di non venire soddisfatti.

La recente pubblicità del Buondì Motta  ha fatto parlare molti gli addetti ai lavori di morte degli archetipi, non intravedendo invece, in quel meteorite inceneritore di genitori, la prepotente presenza del Puer distruttivo che mette tutto a ferro e fuoco, ascoltando il perverso desiderio di annientare, almeno una volta, la pressione e i ricatti affettivi di madri e padri. Gli archetipi invece rinascono ogni volta.

Così il Puer Aeternus, la figura che meglio rappresenta lo sviluppo psicologico dell’uomo, capace come i giovanissimi Peter Pan contemporanei del Friday Future, di spiccare alto il volo verso direzioni paradossalmente originarie, come quelle di riuscire a salvare, prima che sia davvero troppo tardi, il nostro Paradiso Terrestre.

 

Paolo Melegari, massmediologo e psicologo-psicoterapeuta ad orientamento junghiano.