Riflessioni intorno alla pandemia. Conversazione con Daniele Ribola a cura di Gianluca Minella

Daniele Ribola

Da quando il virus ha iniziato a diffondersi ci stiamo interrogando su quello che sta accadendo e da psicologi siamo interessati a comprendere come la psiche ha reagito (o sta reagendo) a questo evento che ha impattato sulle nostre vite in modo senz’altro destabilizzante mettendo alla prova la tenuta del nostro Io, facendogli toccare tutta la sua fragilità e vulnerabilità.

Il nostro modo di vivere unilaterale, veloce, identificato con il fare e difficilmente disposto a tollerare limitazioni, è stato costretto ad incontrare altre dimensioni a cui era poco abituato come quella del limite, del non fare, della lentezza.

Da psicologi, così come stiamo incontrando nelle sedute di psicoterapia le varie dimensioni della fragilità psichica, in momenti come questo ci stiamo rendendo conto che la nostra psiche è ricca di risorse e potenzialità.

Jung dice “nonostante tutte le incertezze, sento una solidità alla base dell’esistenza e una continuità nel mio modo di essere”. Con Daniele Ribola, che è un profondo conoscitore del pensiero e della prassi junghiana, vorremmo oggi cercare di approfondire un tema centrale nella psicologia analitica.

Quando parliamo di inconscio dobbiamo fare un distinguo. Non esiste solamente l’inconscio personale, un deposito di esperienze accumulate nella nostra storia individuale, che riguarda noi come individui, ma esiste un inconscio collettivo.

Mi sono imbattuto questa mattina in una frase di Joseph Campbell, uno dei più grandi studiosi di mitologia che nell’esprimere questo concetto dice “è come se i nostri predecessori avessero tracciato in noi una mappa dell’esperienza, dell’esperienza di essere vivi”.

Nella profondità della psiche non c’è un caos informe, ma una trama, una struttura, un mytologhein, una grande storia che parla di questa esperienza comune che si è sedimentata in eoni e che riguarda l’umanità intera.

Di questa realtà profonda sono intrisi il mito, le leggende, le fiabe, i rituali e le liturgie, l’arte in tutte le sue forme e soprattutto i nostri sogni, ma anche le nostre fantasie, le nostre proiezioni e i nostri piccoli e grandi deliri, le nostre follie.


Daniele Ribola è analista junghiano, vive e lavora in Svizzera in Ticino. Si è diplomato nel 1978 al C.G. Jung Institut di Zurigo con Dieter Baumann e Marie-Louise von Franz. È membro dell’Associazione Svizzera di Psicologia Analitica e della IAAP (Associazione Internazionale di Psicologia Analitica). Analista didatta del C.G. Jung Institut di Zurigo e co-fondatore della scuola Li.S.T.A. di Milano, della quale è docente e membro del Comitato direttivo. Ha fondato con amici e colleghi la rivista “La pratica analitica”. Ha collaborato con il regista Werner Weick alla produzione di alcuni documentari per la televisione svizzera.

È autore di diverse pubblicazioni fra cui:

  • La stagione degli eroi (1994);
  • Prefazione a Marie-Louise von Franz, Tipologia psicologica (1988)
  • Entanglement (2011)
  • La proiezione da Freud a Jung. Difesa e svelamento (2013);
  • L’orso e i suoi simboli (2013);
  • Sguardo sulle psicodinamiche del gesto creativo. Giacometti: la distanza incolmabile, con Ivan Paterlini (2013);
  • Tipologia e cinema, con Ivan Paterlini (2015);
  • Il Coraggio (2017);
  • Lo sviluppo del concetto di archetipo nell’opera di Jung (2017).
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