Riflessioni sul Coronavirus di uno psicoanalista errante

La pandemia di Coronavirus che ci troviamo a subire ha effetti sulla psiche e sulla rappresentazione della realtà. La maggior parte di noi vive questo evento come una marea che lambisce porzioni sempre maggiori di terra ferma e che ha dinamiche sue, solo in parte amministrabili dall’intervento umano; la sensazione è quella di essere soggetti ad una presenza liquida che si impone minacciando la libertà soggettiva e collettiva di muoversi gestendo la propria presenza nel mondo.

Viene spesso usata la metafora della guerra, come se l’umanità fosse sul fronte a combattere con il nemico, metafora adeguata solo in parte. Indubbiamente ci troviamo di fronte alla presenza di un “nemico” che limita e minaccia la nostra vita e che impone il reperimento di “armi” per contenerlo ed alla fine sconfiggerlo ma, a differenza di ciò che accade in guerra, l’avversario non è umano.

Manca quindi il nemico, manca la simmetria con un altro “uguale” animato da motivazioni quali il desiderio di potere, di denaro o di nuovi territori da conquistare. Il nemico è invisibile, il nemico sembra essere la natura stessa. Questa dimensione comporta, a mio avviso, la presenza di un vuoto, di una incorporeità che dal punto di vista psicologico muove vissuti e difese qualitativamente diverse da quelle innescate dalle guerre vere e proprie: non è un problema fra uomini, è appunto un problema fra l’uomo e la natura.

Il clima di sospensione e di impotenza che viviamo ha portato alcuni miei pazienti a sospendere l’analisi e, più in generale, le persone a sospendere la propria vita, come se ogni cosa fosse stata colonizzata dal virus, che ha infettato la psiche individuale e collettiva, soffocandone l’immaginario.

Soprattutto nelle prime settimane di lockdown sembrava non esistessero più malati al di fuori dei contagiati, né progetti o doveri, sembrava non essere più necessario lavorare, perché il tempo era sospeso, all’interno della propria casa, in compagnia dello schermo per i più, o in montagna, in un eterno altrove, per i più fortunati e forse scaltri.

Anche il disagio psichico che ha portato alcuni a chiedere aiuto allo psicoanalista sembra sospeso, retrocesso di fronte alla presenza del virus, che annette a sé, livellandolo, il malessere individuale. Tutti malati, nessuno malato.

Sembra proprio che il coronavirus, prestandosi a ricevere proiezioni psichiche, possa sottrarre individualità, rendendo la maggior parte di noi come fantasmi svuotati che gli aleggiano attorno in cerca del senso perduto, incapaci di vedere o sentire atro che lui.

Nelle ultime settimane la qualità e quantità dei rapporti umani è cambiata drasticamente: mi sembra di avere molte più relazioni finalizzate e virtuali e molti meno contatti: alcuni dei miei pazienti hanno deciso di continuare le sedute per via telematica, spesso per la paura di uscire di casa, mentre altri hanno voluto continuare a vedermi, per il bisogno di mantenere un contatto reale.

Con tutti loro affronto la fatica di tenere in tensione creativa l’espressione della propria, irripetibile, individualità con i nuovi assetti collettivi, le nuove norme, le nuove paure e le nuove speranze. Fa spesso capolino, nei dialoghi interiori ed in alcuni sogni, un vissuto di inferiorità ed impotenza, la sensazione di avere perso la presa sulla realtà e sul futuro: si addita molto di più ad intuizioni sfumate che hanno a che fare con la sensazione che la natura ed il destino siano incerti, imperscrutabili.

Viene in mente la storia sacra del rapporto fra Dio ed il suo popolo ed i numerosi “patti” che costellano, ad esempio, l’Antico Testamento, riparatori di storie emblematiche come quella di Giobbe, campione di fede tradito da Dio.

Si ha la sensazione che a rompersi, in questi giorni drammatici, sia stato il cosiddetto “patto con la natura”, che ci ha illuso di pensarci suoi padroni, depotenziata e ridotta ad una sorta di madre buona dedita al nostro sostentamento, senza limiti e senza chiaroscuri. È questo un tema complesso e di primaria importanza, che abbiamo conosciuto solo di recente con l’affacciarsi sulla scena pubblica del tema ambientale e dei relativi limiti delle risorse naturali: al desiderio imperioso di crescita costante può corrispondere solamente una illimitata disponibilità, logica che alleva inesorabilmente il mostruoso terrore del limite, impresso così profondamente nella parabola della cacciata dall’Eden.

In momenti come questi, e qui sta forse un prezioso potenziale, è data la possibilità di sperimentare il chiaroscuro, di accasare accanto all’angoscia prove di incertezza, di aprirsi al sentire ed all’interrogarsi; abbiamo l’occasione di interfacciarci con l’intuizione di un Cosmo interconnesso, in cui l’uomo è sì un epifenomeno decentrato, ma con la responsabilità precisa di rispecchiare e testimoniare la propria presenza come parte, il proprio essere ospite. Psicologizzare la natura, umanizzarne i contorni e le finalità corrisponde ad un’indebita appropriazione che cela il solito errore di valutazione; è l’ennesima semplificazione, l’antica tracotanza del “popolo eletto” ripetutamente smentito dall’esperienza individuale e collettiva.

Quando ci illudiamo di vivere in un mondo esperienziale coerente e prevedibile rinunciamo anche in parte a noi stessi, all’esistenza dell’“altra parte”, del “lato oscuro”, inteso come ciò che non può essere controllato ma che ritorna, drammaticamente e regolarmente, in molte forme: nei sintomi del corpo o della psiche, nelle pandemie, nei terremoti ed in tutto ciò che, in definitiva, costella l’immagine della fine, della morte.

Essendo un sanitario ho la possibilità di recarmi tutti i giorni in ambulatorio: questo mi ha permesso di attraversare la città svuotata dalle misure di contenimento dei contagi. Il vuoto, l’assenza umana sembrano dare un’altra forma al paesaggio: penso alle numerose immagini, che ho visto, di territori restituiti ad una silenziosa austerità. Mi torna in mente la fotografia speditami da una collega di Gallipoli che ritrae uno scorcio di mare e muraglioni bianchi della città vecchia: ho sempre visto quello spazio abitato da numerose persone come una normalità scontata.

Allo stesso modo il Tg regionale ha mostrato le piste da sci delle montagne piemontesi vuote sotto il sole di aprile; alla malinconia sento inanellarsi l’intuizione di una straordinaria bellezza e pregnanza simbolica; siamo abituati a pensare al vuoto come un’assenza maligna, alla solitudine come ad una minaccia di disgregazione e per osmosi immaginiamo che la natura soffra se disabitata, che l’ambiente si impoverisca.

Forse invece è proprio a partire da queste immagini di assenze che possiamo rivalutare la Sacralità primordiale di una natura non scontata, non vissuta, potenziale. E a partire da queste immagini torna vivida la capacità tutta umana di rispecchiare il circostante testimoniandone la presenza; questo è anche ciò che pensa Jung immerso in un’alba africana, nel 1925:

“Il sorgere del sole a queste latitudini era un fenomeno che ogni giorno mi rapiva. L’elemento drammatico stava, più che nello splendore del sole quando dardeggiava i suoi primi raggi al di sopra dell’orizzonte, in ciò che avveniva dopo. Presi l’abitudine di prendere la mia sediolina da campo e di sedermi sotto l’ombrello di un’acacia poco prima dell’alba. Innanzi a me, in fondo alla piccola vallata, c’era una scura striscia di foresta vergine, di un verde quasi nero, su cui, proprio dalla parte opposta della valle, si ergeva l’orlo dell’altopiano. Da principio dominavano crudi contrasti di chiaro e di scuro. Poi tutto emergeva plasticamente nella luce che invadeva la valle di una luminosità addirittura compatta. L’orizzonte, in alto, diveniva di un bianco radioso. Un po’ alla volta la luce che aumentava sembrava quasi penetrare nell’intima struttura delle cose, che parevano illuminate dall’interno, fino a divenire trasparenti e splendenti come vetri colorati. Tutto diventava cristallo sfavillante. Il grido dell’uccello campanaro cingeva di suoni l’orizzonte. In quei momenti mi sentivo come in un tempio: era l’ora più sacra del giorno. Contemplavo tanta magnificenza con un senso di godimento inesauribile, o piuttosto in un’estasi fuori dal tempo. […] Allora capii che nell’anima, fin dalle sue prime origini, c’è stato un anelito alla luce e un impulso inestinguibile ad uscire dalla primitiva oscurità. […] L’anelito alla luce è l’anelito alla coscienza” (1).

 

Andrea Calvi, Psicoterapeuta, Analista Junghiano, socio ARPA, membro IAAP, Docente scuola di specializzazione in Psicoterapia IPAP (Istituto di Psicologia Analitica e Psicodramma), Presidente Associazione Tiarè, servizi per la salute mentale. associazionetiare.org.

Torino, 11/04/2020

(1)  C. G. Jung, Ricordi sogni riflessioni, Rizzoli 1997, pp. 320, 321.