Ritorno alle origini: le sorelle Brontë, a cura di Ilaria Datta

sorelle bronte

La famiglia Brontë rappresenta un caso straordinario nella storia della letteratura. Tre sorelle, nate nella prima metà dell’800, hanno scritto diversi romanzi che ancora oggi vengono tradotti e pubblicati in tutto il mondo: Charlotte, Emily e Anne, figlie di Maria Branwell e del curato Patrick Brontë. Inizialmente i fratelli erano sei, oltre al fratello Patrick Branwell, di cui parlerò, c’erano altre due sorelle, Maria ed Elisabeth, le maggiori, che morirono di tubercolosi prima di aver compiuto i dieci anni.

Attraverso l’analisi fatta dalla psicoanalista inglese Barbara Hannah, nel suo libro Striving Towards Wholeness, possiamo tracciare il percorso individuativo di ognuna delle scrittrici e analizzarne il legame con la vita del fratello.

I bambini Brontë, rimasti orfani di madre prima che il più grande dei fratelli avesse compiuto nove anni, vennero allevati nella canonica paterna. Nei loro giochi amavano inventare mondi immaginari e avventure straordinarie. Quando a Branwell fu regalata una scatola di soldatini, lui e le sorelle scelsero un soldatino a testa e gli dettero un nome. Charlotte chiamò il suo Duca di Wellington, Emily lo chiamò Gravey, Anne Waiting Boy e infine Branwell scelse per il suo soldatino il nome Buonaparte. Questi personaggi, nei quali ognuno dei bambini si immedesimava, diventarono i protagonisti delle loro avventure. Fu così che i fratelli inventarono il mondo di Angria, un paesaggio fantastico situato in Africa, di cui ci è rimasta testimonianza grazie alle loro trascrizioni.

I bambini, infatti, avevano l’abitudine di tenere i diari di bordo dei loro personaggi, raccolti su dei piccoli quaderni, scritti con una calligrafia minuscola. Tra di loro si riferivano al mondo immaginario che emergeva nei loro racconti chiamandolo il “mondo di sotto” o “mondo infernale”. Questo nome, insolito per dei bambini, ci dà la misura di quanto i fratellini, nell’ideare e scrivere storie, fossero guidati dalla necessità interiore di dare forma a dei contenuti “sotterranei”, o anche “infernali”.

Ad un certo punto, probabilmente a seguito della lettura delle Mille e una Notte, i bambini introdussero nel ciclo di racconti quattro nuovi personaggi: il capo genio Talli (Charlotte), il capo genio Emmi (Emily), il capo genio Anni (Anne) e il capo genio Branni (Branwell). I Capi Geni erano dotati di poteri magici, e i bambini, che si immedesimavano anche in questi personaggi, cominciarono a credere di essere dotati di poteri straordinari. L’extraumano, in termini junghiani l’archetipico, da quel momento in poi, entrò a far parte del mondo dei fratelli Brontë.

Barbara Hannah ci fa notare che, da un punto di vista diagnostico, chiamare le figure dei Capi Geni con i loro nomi rappresentava per i ragazzini un potenziale pericolo. La tendenza a identificarsi con delle figure sovrannaturali, se non compensata da un saldo radicamento dell’Io, può portare a quell’alternarsi tra inflazione e deflazione, tra megalomania e senso di inferiorità, che troviamo in alcuni quadri psicopatologici. E nel caso dei Brontë abbiamo a che fare con dei bambini che avevano già attraversato esperienze di vita particolarmente destrutturanti: la perdita precoce della madre e delle sorelle maggiori, e un’infanzia passata con un padre estremamente introverso e per nulla affettuoso e una zia (sorella della madre) rigida e fredda. Come se non bastasse, gli abitanti di Haworth, il villaggio in cui i Brontë si erano trasferiti dopo la nascita di Anne, erano molto chiusi e ostili agli stranieri. Infine, i bambini, in quanto figli del curato, non frequentavano la scuola. Una vita, quindi, di completo isolamento, rinchiusi tra le quattro mura della canonica, affacciata sul cimitero.

Ciò che salvò le sorelle fu la capacità di accogliere il mistero, senza farsene sopraffare. Quando facevano esperienza delle immagini provenienti dal “mondo di sotto”, o dal “mondo infernale” i piccoli Brontë non avevano idea di cosa stesse loro accadendo; eppure, nella loro inconsapevolezza di bambini, seppero avere nei confronti dell’inconscio l’approccio creativo dell’artista, accogliendo con entusiasmo qualsiasi esperienza del profondo e dandosi una gran pena per descriverla nei loro racconti.

CHARLOTTE nacque il 21 aprile del 1816. A quindici anni venne mandata dal padre a studiare in un collegio, la scuola di Roe Head, diretta da Miss Wooler. È molto interessante la descrizione fatta dalla biografa Fannie Ratchford del viaggio di Charlotte, dalla canonica al collegio: “Il capo Genio Talli, sovrano degli spiriti, che aveva creato e distrutto mondi con il potere della sua parola, si recò a Roe Head su un carro coperto, nelle sembianze della semplice Charlotte Brontë, arrivando molto infreddolito e miserabile”. Come si può capire, per la giovane Charlotte fu un passaggio difficile. Lei, che aveva dichiarato: “io, sono il duca di Wellington”, e che a casa era abituata a fare la capetta, fu catapultata in un mondo dove i compagni di classe la consideravano semplicemente ignorante, perché non sapeva la grammatica e non aveva studiato la geografia. Vedere all’improvviso sé stessa e la propria famiglia con gli occhi di un esterno ed essere giudicata come “poco concreta” fu un’esperienza iniziatica per Charlotte.

Grazie alla sua indole coraggiosa, nonostante queste grandi difficoltà, Charlotte riuscì ad ambientarsi e a fare amicizia con i compagni di scuola. I nuovi amici cominciarono ad accorgersi che lei conosceva cose al di fuori della loro portata. Charlotte, racconta Barbara Hannah, una volta entrata in confidenza, provò a parlare con i coetanei dei racconti fantastici che scriveva con i fratelli, ma quando scoprì che di fronte al mondo della fantasia erano ciechi e sordi non ne parlò più.

A Roe Head, nacquero due amicizie profonde per Charlotte: Ellen Nussey e Mary Taylor, entrambe descritte dai biografi come donne molto pratiche. Charlotte imparò da loro l’importanza del radicamento nella vita concreta. La loro influenza fu così importante che la scrittrice, ad un certo punto, arrivò persino a tentare di negare, fortunatamente senza riuscirci, il mondo interiore. Da quel momento ebbe inizio un periodo, durato quindici anni, di intimo conflitto tra la sua indole introversa e il suo bisogno di estroversione.

Charlotte restò a Roe Head per diciotto mesi, fino a quando sentì che per lei c’era ancora qualcosa da imparare. Poi, nel 1832, tornò a Haworth, “dove”, scrive Barbara Hannah, “ancora una volta il mondo interiore trionfò su quello esterno”.

Dovette tornare al collegio di Miss Wooler, tre anni dopo, come insegnante, per far fronte alle precarie condizioni economiche della famiglia e permettere al fratello Branwell di iscriversi alla British Accademy. Fu allora che Charlotte cominciò a soffrire di quella forte depressione che viene descritta mirabilmente in Villette. Scrive di quel periodo la biografa Elizabeth Gaskell: “La sua immaginazione si fece cupa o spaventosa, ma non poteva farne a meno, come non poteva fare a meno di pensare. Non poteva dimenticare l’oscurità, non poteva dormire la notte, né essere presente durante il giorno. […] Una notte, mentre era vicina l’ora di andare a letto, mi accingevo a narrare un fosco racconto di spettri. Lei si ritrasse e ammise di essere superstiziosa e vittima di un’involontaria tendenza a tornare su qualsiasi visione tetra le fosse stata suggerita.” In queste parole possiamo vedere quanto Charlotte fosse spaventata da ciò che poteva emergere dall’inconscio. Tuttavia, nel diario scritto in quei mesi, emerge anche quanto ne fosse affascinata. Nel 1837 scrisse: “Pochi crederebbero che da fonti puramente immaginarie possa derivare la felicità. […]Che privilegio è il sognare. Sono grata di avere il potere di consolarmi sognando mondi la cui realtà non contemplerò mai.”

Per quanto riguarda la depressione di Charlotte, non bisogna dimenticare che il confronto con il Sé e il processo individuativo comportano una dose necessaria di sofferenza. Il viaggio nell’inconscio, o “viaggio marino notturno”, se agli uomini richiede di agire con forza bruta, alle donne, come Charlotte e molte altre, richiede un’accettazione profonda della sofferenza. Così la “spaventosa tristezza” della scrittrice e delle sue eroine (Jane Eyre nell’omonimo romanzo e Lucy Snowe in Villette) fu un passaggio inevitabile nello sforzo di Charlotte di venire a patti con l’archetipo della totalità.

Dopo la pubblicazione di Jane Eyre e nel mezzo della stesura di Shirley Charlotte dovette affrontare le morti ravvicinate prima di Branwell, poi di Emily e infine di Anne. Secondo l’autrice di Striving Toward Wholeness, nonostante l’atroce sofferenza per queste perdite, Charlotte non cadde più in quella profonda disperazione che aveva caratterizzato gli anni della ricerca interiore. L’intima e sofferta lotta tra introversione ed estroversione aveva dato i suoi frutti e Charlotte, seppure profondamente addolorata, poté rimettersi a scrivere. Rimasta sola col padre, era ormai una scrittrice affermata e ricercata e cominciò persino ad accettare inviti mondani. Ben radicata nel mondo, a 38 anni decise di spingersi ancora più oltre e di sposarsi. Scelse come marito il reverendo Nicholls e si stabilirono a vivere alla canonica. Dopo nove mesi, Charlotte morì, era il 31 marzo del 1855.

BRANWELL nacque il 26 luglio 1817. Unico maschio di sei figli, probabilmente di indole estroversa, da bambino era considerato un genio. Dalle biografie emerge che, anche in virtù del suo fascino, in famiglia era spesso al centro dell’attenzione e che nei suoi confronti c’erano grandi aspettative, così quando cominciò a dar segni di squilibrio fu una brutta sorpresa per tutti. Barbara Hannah lo descrive come un puer aeternus, bloccato nel suo mondo immaginario. La psicanalista inglese rintraccia i prodromi di quest’incapacità di adattamento nel vizio che Branwell aveva da bambino di annientare i personaggi inventati, nei loro giochi fantastici, dalle sorelle: chiunque intralciasse la strada dei suoi favoriti veniva fatto fuori senza pietà.  Questo tic era così pervasivo che le sorelle per poter continuare il gioco cominciarono a far risorgere i loro personaggi.

Branwell, meno talentoso delle sorelle nella scrittura, provò con la pittura (l’unico ritratto esistente delle Brontë è opera sua) e in famiglia tutti fecero sforzi e sacrifici per fare in modo che potesse iscriversi alla British Accademy. Ma questo progetto non andò mai in porto. Branwell provò allora a lavorare come capostazione nelle ferrovie, come ritrattista a Londra, come commesso e anche come insegnante privato. Qualsiasi suo tentativo di radicamento fallì. Presto, cominciò a bere e a fare uso di droghe, fino a che non si smarrì totalmente. Barbara Hannah, nel suo scritto, si domanda se questa incapacità di Branwell di impegnarsi in alcunché fosse dovuta a quella che lei definisce una “pigrizia ossea” o se facesse parte del suo destino.

Per tentare di capire di più questo fratello sconosciuto delle Brontë, riporterò ora un particolare episodio di una storia scritta da Branwell. Il racconto parla della prima visita di Charles Wentworth, uno dei suoi personaggi di Angria, a Verdopolis (la capitale del mondo immaginario). Quando arriva nella grande città, Charles sente che “l’eccitazione dell’anticipazione si muta improvvisamente in intensa depressione”. Passa tutto il giorno giacendo inutilmente sul divano dell’hotel. “Il giorno dopo, troppo depresso per presentarsi con le sue lettere di raccomandazioni o per andare a sbrigare gli affari che lo avevano portato lì, Wentworth esce da solo per visitare i grandi edifici che a lungo aveva sognato di vedere, tra questi: la cattedrale di San Michele. Ma giunto davanti all’edificio ha paura ad entrarci, “per timore che il raggiungerla possa infrangere il piacere dell’attesa”. A quel punto né le biblioteche, né le gallerie d’arte lo attraggono più. Irrequieto e senza meta, torna in albergo, “alimentando i suoi sentimenti con piccoli sorsi di rum”, pur sapendo che l’alcol in seguito lo renderà soltanto più depresso”. Wentworth infine decide che “la felicità consiste nell’anticipazione”, e arriva alla conclusione che nulla ricompenserà i suoi sforzi, “quindi, perché lavorare?”

In questo scritto vediamo realizzato il rischio a cui accennavo più sopra parlando dell’immedesimazione con i Capi Geni. Branwell, identificandosi totalmente con una figura dell’inconscio come quella del Capo Genio Branni, andò incontro ad una grave forma di inflazione. Ingenuamente convinto di essere un grande genio, i suoi sentimenti di inferiorità crescevano ogni volta che, confrontandosi con la realtà esterna, andava realisticamente e irrimediabilmente incontro ad un fallimento.

Morì, circondato dai suoi famigliari, il 24 settembre del 1848.

ANNE nacque il 17 gennaio del 1820. Delle tre sorelle scrittrici, secondo quando racconta Barbara Hannah, era quella che meno amava la scrittura. Sembra che per lei scrivere fosse, più che altro, una missione, nata dalla forte influenza della religiosissima zia Branwell, sorella della defunta madre. La zia si era trasferita alla canonica poco dopo la morte di Maria, quando Anne aveva solo otto mesi. Tra le due nacque un forte legame, che Anne pagò al prezzo di un Animus molto esigente. Mentre il genio creativo di Emily e Charlotte poté esprimersi in tutto il suo potenziale, Anne, infatti, rimase incatenata alle rigide opinioni ereditate dalla zia, fino a poco prima della sua morte.

Era comunque una donna forte, probabilmente di indole estroversa, l’unica tra i fratelli che, dovendo andare a lavorare, lo fece volentieri, sia come governante, sia come istitutrice. Era curiosa del mondo e anche decisa nel volerlo migliorare. Le prime esperienze a servizio in case altolocate furono per lei un duro colpo, ma non si scoraggiò e volle riprovare. Dal punto di vista psicologico Anne, a differenza delle sorelle, non entrò mai in una relazione profonda con il suo mondo interiore. Ben consapevole del Male esterno, che troviamo descritto nei suoi romanzi, sembra che facesse fatica a contattare la sua Ombra.

Anne scrisse La signora di Wildfell Hall con l’unico scopo dichiarato di aiutare gli altri attraverso la propria esperienza personale. Voleva mettere in guardia i lettori contro l’alcolismo, entrato nella sua vita a causa dei problemi del fratello.

Molto legata ad Emily (così come Branwell e Charlotte erano molto legati tra loro) poco dopo la morte della sorella si ammalò gravemente. L’avvicinarsi alla fine fu un brutto colpo per Anne; non tanto per la morte in sé, quanto piuttosto per la scoperta che la sua missione non la rendeva così indispensabile da riservarle una lunga esistenza dedita alla causa. Passò i suoi ultimi giorni nella dolorosa ricerca interiore di una risposta a questa domanda: perché Dio le aveva dato una missione e ora non le lasciava il tempo di portarla a termine? Devono essere stati giorni terribili che infine, a quanto dimostra la testimonianza del suo medico curante, portarono a una risoluzione. “In tutta la mia esperienza”, disse l’uomo, “non ho mai visto un letto di morte come quello [di Anne Brontë] e ciò dà prova di una mente non comune”. Sembra che Anne, all’ultimo, abbia accettato di sacrificare le richieste dell’Io in favore del Sé.

Morì il 28 maggio del 1849.

EMILY nacque il 30 luglio 1818. Di indole profondamente introversa, nella vita rimase fedele a questo orientamento libidico in modo del tutto unilaterale. La sua ricerca dell’altro, tuttavia, dette massima espressione di sé nel romanzo Cime Tempestose. La più riservata delle donne, così inaccessibile che di lei abbiamo pochissime informazioni biografiche, in questo romanzo racconta i suoi più intimi segreti, ritenendoli nient’altro che finzione.

In virtù di questa sua estrema chiusura, Emily, al di fuori dei famigliari, non coltivò alcuna amicizia, e tutte le volte che provò ad allontanarsi dalla canonica si ammalò. Molto presto, capì che per lei le brughiere dello Yorkshire erano una necessità di vita, qualcosa di cui il suo genio aveva bisogno e dal quale dipendeva. Fedele a sé stessa fino in fondo non si fece minimamente influenzare né dalla zia, né dai precetti cristiani che governavano il suo ambiente. Ecco una sua poesia del 1846:

Vane sono le mille convinzioni
vive nel cuore degli uomini, inesprimibilmente vane,
come erba avvizzita non hanno forza,
come la pigra schiuma tra le libere onde.
Per suscitare dubbi in chi crede
così intensamente alla tua infinità
in chi con tanta certezza si regge
alla salda roccia dell’immortalità. [1]

Ad una cosa sola Emily decise di arrendersi, al suo spirito creativo. Dedicò tutta sé stessa alla ricerca di Lui, di ciò che prendeva i comandi del suo lavoro. Poi fece del suo meglio per venire a patti con quello che aveva trovato, attraverso la sua arte.

Nelle sue poesie, troviamo diverse personificazioni di ciò che stiamo chiamando: spirito creativo. Ne possiamo vedere un esempio in questo brano tratto dalla poesia intitolata Parla con me, del 1844:

La severa ragione viene al giudizio,
vestita delle sue vesti più cupe:
sarai muto tu, mio difensore?
No, angelo radioso, parla per me,
spiega perché io abbia scagliato lontano il mondo.

Perché con tanta ostinazione ho evitato
il comune sentiero che ognuno ha seguito,
perché ho percorso una strada sconosciuta,
ignorando a un tempo potere e ricchezza –
le ghirlande della gloria e i fiori del piacere.

Un tempo apparivano creature divine;
un tempo forse udirono i miei voti,
e sui loro altari videro le mie offerte;
ma, doni senza amore non sono apprezzati,
e i miei vennero disprezzati giustamente.

Con un cuore pronto ho giurato
di ignorare i loro altari di pietra;
ho consacrato il mio spirito ad adorare
te, creatura fantasma, onnipresente;
mio schiavo, mio compagno e mio re! [2]

Emily, dunque, come Branwell, decise di “scagliare lontano il mondo”, ma a differenza del fratello, che si lasciò andare alla deriva, Emily seppe fare di necessità virtù e dar forma nei suoi scritti “alla salda roccia dell’immortalità”. In continua relazione con il suo “difensore”, il suo “angelo radioso”, la sua onnipresente “creatura fantasma, suo “compagno”, suo “schiavo” e suo “re” Emily poté fare i conti con sé stessa e restituire al mondo un concatenarsi di immagini straordinarie del processo individuativo.

Cime tempestose, scrive Barbara Hannah, è un incredibile esempio di processo di individuazione proiettato.Obbediente allo spirito creativo, Emily riuscì a produrre un’immagine sbalorditiva dell’archetipo della totalità. Tra le pieghe delle parole di Cime Tempestose possiamo constatare quanto l’autrice fu in grado di sopportare il dolore intollerabile degli opposti in tensione. Quando l’archetipo della totalità si costella, senza che l’individuo ne sia consapevole, può accadere che esso appaia come proiezione nel lavoro creativo. L’opera d’arte, allora, diventa rivelatrice del grande potenziale verso la totalità di quel particolare individuo. Emily Brontë, continua Barbara Hannah nella sua analisi, nata prima di Jung, e con nessuna nozione d’ausilio sul funzionamento della psiche, si impegnò tutta la vita nel difficile compito del venire a patti col suo spirito creativo; e Lui la ricompensò con Cime Tempestose.

Emily, accomunata a Branwell dallo stesso legame inscindibile con il “mondo di sotto”, o con il “mondo infernale”, definì il fratello un “essere senza speranza”. Ciò che sentiva per lui lo vediamo ben descritto nel brano di una poesia del 1839:

Disprezzo forse il pavido daino,
per le sue zampe che il timore fa veloci?
Mi farei beffe dell’urlo di morte del lupo,
perché l’aspetto è scarno e distrutto?
Ascolto con gioia il pianto della lepre,
perché non sa morire con coraggio?
No! Sia dunque non meno tenera
la pietà del cuore al suo ricordo;
dirò allora: “Terra, non pensare al suo petto
concedi riposo al suo spirito, Cielo pietoso!” [3]

Si potrebbe dedicare questa poesia alla quarta funzione, o funzione inferiore, a quel Coboldo dispettoso per il quale, nel mezzo del cammin di nostra vita, cominciamo a sentire una certa nostalgia. Quel qualcosa che profondamente sappiamo di aver conosciuto, in un lontano passato, e che, a seguito di una duratura rimozione, si è indebolito al punto da sembrare “un essere senza speranza”. Quel quarto dimenticato a cui abbiamo voltato le spalle. Quel territorio sconosciuto verso il quale siamo chiamati ad avventurarci, come esploratori di mondi mai visti, nel nostro cammino verso la totalità.

Emily si ammalò poco dopo la morte di Branwell e nonostante il suo graduale peggioramento rifiutò ostinatamente di farsi visitare da un dottore. Charlotte, che le fu vicina insieme ad Anne e al padre fino alla fine, descrive così gli ultimi giorni della sorella: “mentre fisicamente stava deperendo, mentalmente diventava più forte di quanto l’avessimo mai conosciuta. Giorno dopo giorno, vedendo come affrontava la sofferenza, la guardavo con angosciata meraviglia e amore. Non ho mai visto nulla di simile; ma, in effetti, non ho mai visto nulla di lei che potesse essere confrontato con qualsiasi altra cosa. Più forte di un uomo, più semplice di un bambino, la sua natura si alzava solitaria.”

La scelta di Emily nei confronti della malattia fisica, mi ricorda la scelta di Marie-Luoise von Franz (psicanalista svizzera molto vicina a Barbara Hannah) che di fronte ad una malattia invalidante ebbe sostanzialmente lo stesso atteggiamento. Una risposta alla vita che ci sconcerta e che apre grandi interrogativi sulla relazione Io, Sé e sul concetto di totalità.

Emily morì il 19 dicembre 1848.

 

Ilaria Datta

[1] Emily Brontë, Poesie, opera completa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1997, p. 407.

[2] ibidem, p. 343.

[3] ibidem, p. 201.